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Sat, 27 Mar 2010 - Sun, 18 Jul 2010

Venezia dedica una grande mostra a Felice Carena (Cumiana, Torino 1879 – Venezia,1966), protagonista indiscusso del Novecento italiano; un omaggio all’artista di origini piemontesi che scelse la Serenissima per trascorrere gli ultimi ma fecondi anni della sua carriera.

Promossa dalla Regione del Veneto, dall’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti e da Arthemisia Group, la mostra “Felice Carena” si terrà dal 27 marzo a luglio 2010, nella prestigiosa sede di Palazzo Franchetti.

Dopo la mostra dedicata nella stessa sede a Zoran Music, conclusa il 7 marzo, prosegue dunque la valorizzazione degli artisti legati alla città e, in particolare, alla riscoperta di un grande pittore come Felice Carena, da lungo tempo assente nel panorama delle esposizioni. Dopo oltre vent’anni dalla rassegna svoltasi a Torino nel 1996, la mostra veneziana è la prima importante occasione per riscoprire e rivalutare il Maestro attraverso una rilettura critica aggiornata, con attenzione gli anni veneziani e ripercorrendo altresì la sua lunga attività pittorica, ricca di richiami e di soluzioni stilistiche in continua evoluzione.

A cura di Virginia Baradel e con un comitato scientifico di prestigio composto, insieme alla curatrice da Luigi Cavallo, Elena Pontiggia, Nico Stringa l’evento, coordinato da Stefano Cecchetto, riunisce oltre 90 opere provenienti dai maggiori musei italiani e da collezioni private, tracciando la parabola di una biografia artistica che si snoda dai primi anni torinesi sino alle struggenti Pietà e alle sontuose Nature morte degli ultimi anni. In mostra capolavori esemplari, come I Viandanti (1908-1909, GAM, Udine), Ritratto di un sacerdote (1913, Ca’ Pesaro, Venezia), Bambina sulla porta (1919, Fondazione Giorgio Cini, Venezia), La Quiete (1921-1926, Banca d’Italia), Gli Apostoli (1924, GAM Palazzo Pitti, Firenze), La scuola (1927-1928, Monte dei Paschi), Uomo che dorme (1938, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma), Teatro popolare (1933, GAM, Milano); e molte importanti opere inedite o mai esposte tra cui la bellissima Deposizione (1938-1939), eccezionalmente prestata dai Musei Vaticani, la Fuga in Egitto (1940), il Ratto delle Sabine (1942) e il nucleo centrale del discusso dipinto Dogali (1936), recentemente ritrovato ed esposto come novità assoluta in questa occasione.

L’artista Felice Carena nasce il 13 agosto 1879 a Cumiana, presso Pinerolo, da una famiglia borghese della provincia torinese. Studia all’Accademia Albertina di Torino, dove segue i corsi di Giacomo Grosso. Frequenta l’ambiente intellettuale e letterario della città, si lega a Giovanni Cena ed Enrico Thovez, finché non si trasferisce a Roma nel 1906, entrando nel mondo culturale romano. Compie numerosi viaggi di studio in Europa (Parigi, Basilea, Monaco) e nel 1910 è già un artista di discreta fama. Affermatosi come una rivelazione nella Biennale del 1912, dove nonostante la giovane età ottiene una sala personale, diviene figura di spicco della pittura del Novecento. Osannato tra le due guerre, principe dell’Accademia fiorentina e Accademico d’Italia, Carena si trova tuttavia ad espiare nel dopoguerra l’ombra di una subdola rimozione sia ideologica che artistica. Nel 1944 abbandona la sua villa fiorentina, occupata dai tedeschi, e si ritira nel convento di San Marco che lascia l’anno dopo per trasferirsi a Venezia. Nella città di Tiziano e Tiepolo e delle Biennali continua a dipingere sino alla morte circondato dall’affetto dell’adorata figlia Marzia e del vecchio amico Gilberto Errera. Venezia guarisce le sue ferite e gli offre una nuova stagione di vita e di ricerca. Espone ancora alle Biennali del 1950, 1954 e 1956, e in numerose mostre in Italia e all’estero negli anni Cinquanta e Sessanta. Gli sono amici fedeli figure come Giuseppe Roncalli (futuro Giovanni XIII) e Vittorio Cini. Nel 1951 dipinge una pala d’altare nella Chiesa di San Rocco, nel 1963 una Deposizione per la Chiesa dei Carmini. Continua un’intensa produzione pittorica che interrompe solo all’inizio del 1966 a causa di un grave disturbo alla vista. Il 10 giugno muore nella sua casa di fondamenta Briati (Dorsoduro). Per sua volontà lascia alla Galleria d’Arte Moderna di Cà Pesaro alcuni dipinti e venticinque disegni e alla Fondazione Cini un gruppo di 60 disegni.

La mostra Il percorso della mostra si presenta idealmente come una quadreria, che bene si inserisce nelle scenografiche sale di Palazzo Franchetti. Una scelta di capolavori e di opere esemplari in ordine cronologico illustra i diversi periodi della vicenda artistica di Felice Carena per cogliere infine l'originalità e la singolare qualità della pittura del periodo veneziano. La prima sezione è dedicata all’iniziale periodo estetizzante e crepuscolare, venato di simbolismo e di patetismo. Sono gli anni torinesi quando l’artista assimila la lezione del Grosso e quella, a lui ancora più affine, di Bistolfi e di Segantini. Si trovano qui riuniti alcuni capolavori dei primi anni dieci come La perla (1908), il Ritratto della baronessa Ferrero (1910), Ofelia (1912); alcuni inediti come il Ritratto della sorella del 1901 e il Violinista del 1905; nonché i due celebri quadri La Rivolta (1904) dell'Accademia di Roma e il monumentale I Viandanti (1908) della Galleria d’Arte Moderna di Udine, che segnano il passaggio dall’estetismo romantico e crepuscolare alla veemenza letteraria della denuncia sociale dei primi anni romani. La seconda sezione presenta la svolta del 1913. Tra il 1913-1914 Carena matura infatti laprima svolta stilistica che guarda ai francesi Derain, Gauguin, Cézanne. Prosciuga ogni fusione e ogni languore, scansiona i volumi, sagoma le linee, purifica la composizione. I soggiorni nel borgo incontaminato di Anticoli Corrado contribuiscono a questa nuova visione che il pittore esprime al meglio in quadri come Ritratto di un sacerdote di Ca' Pesaro (1913), Guarfalda (1914) e il capolavoro Bambina sulla porta (1919) della Fondazione Cini. Sono esposti inoltre per la prima volta La guardiana dei porci (1914 c), Corsa con i sacchi (1919), Natura morta con arringhe (1920) e la Natura morta con fiori, che compare tra i quadri che il pittore ritirò dalla Biennale del 1914 perché il critico Vittorio Pica avanzava delle riserve sul nuovo corso della sua pittura. La guerra, vissuta in prima linea sul fronte dell’Ortigara, accentua il desiderio di essenzialità espressiva, cui si lega il personale approccio al classicismo nel clima di Valori Plastici e di Novecento nei primi anni venti. I capolavori di questa stagione si possono ammirare nella terza sezione dove sono bene rappresentati da dipinti come La Quiete (1921-26) e Gli Apostoli (1924). Figure modellate con la luce che emanano una sensazione di tranquillità e compostezza, nella cui tessitura si coglie l’eco della pittura di Cézanne. Alcune nature morte esemplari e mai esposte fanno da contorno ai due quadri maggiori. La quarta sezione è dedicata al passaggio dal naturalismo novecentista al 'realismo poetico', cifra inconfondibile del Maestro. Biennali veneziane e Quadriennali romane lo incoronano tra i massimi esponenti della pittura italiana. A quell’epoca il suo naturalismo ha cambiato d’accento e trascorre dal canone classico a un realismo sempre più scabro, ruvido, espressivo. Esemplari in questo senso capolavori come La scuola (1927-1928) della Collezione del Monte dei Paschi, Lo specchio (1928) dei Musei di Genova, Il terrazzo (1929) della Galleria d’Arte Moderna di Udine, La famiglia (1929) della Galleria Comunale d'Arte Moderna di Roma. La splendida Natura morta con conchiglie e anguria del 1930 segna invece il punto di svolta verso la produzione degli anni trenta, contrassegnata da una serie di ritratti, da Figura in maschera (1932) e dal capolavoro Teatro popolare (1933). In questa sezione si trova inoltre il dipinto Dogali, unica concessione dell’artista alla retorica fascista, che suscitò aspre polemiche alla Biennale del 1936 perché i morti erano struggenti e non eroici; un quadro fatto “a fette” dallo stesso Carena, lasciando però intatto il magnifico nucleo centrale che è stato ritrovato solo recentemente, dopo un’accurata ricerca, e quindi mai esposto prima d’ora. Allo scadere del decennio si collocano infine tre quadri tra i più celebri della produzione del pittore: Uomo che dorme (1938), Bagnanti (1938) e la straordinaria Deposizione (nota anche come Pietà ed esposta alla Biennale del 1940), una delle perle della Collezione d'Arte Sacra Moderna dei Musei Vaticani (acquistata dal conte Cini e poi donata a Paolo VI), eccezionalmente prestata per la mostra veneziana. Seguono nella quinta sezione alcuni quadri a cavallo tra gli anni tenta e quaranta dove, sulla scia di Delacroix, protagonisti sono gli Angeli: ci sono due versioni dell'Annuncio ai pastori (1940), l'Angelo che lotta con Giacobbe (1939) e una sorprendente Fuga in Egitto (1940 c), altra opera mai esposta, dove calde cromie sulla gamma dei rossi e dei gialli esaltano il delicato dinamismo del gruppo dei pellegrini. Si trovano qui anche alcuni quadri dei primi anni quaranta come Il ratto delle Sabine (1942) e La conversione di Saulo (1942 c), in cui l'animazione si fa più concitata e i colori più tenui e contrastati. Il passaggio successivo è verso la piena luminosità e i quadri in mostra alla Galleria Michelangelo a Firenze nel 1943, anticipano già gli sviluppi veneziani. La selezione di opere della sesta sezione, tra cui l'Esodo (1943 c.), Pioggia di Fuoco (1943), Il passaggio del mar rosso (1945), Busto di Marzia (1946) Autoritratto e Bagnanti (1947), dimostrano al meglio questa nuova evoluzione e l’ormai pressante desiderio di dare corpo leggero e unitario alla luce.

La mostra si conclude con un importante documentazione degli anni veneziani, nella settima sezione. Carena vive qui fianco a fianco con i grandi pittori del Cinquecento e del Settecento e il suo animo si quieta sia nella luce e nella drammaticità dei grandi del passato come Tiepolo e Tintoretto, sia nella sublime leggerezza della tradizione lagunare post-impressionista. Materia e luce si fondono nei corpi solidi, nel lento impasto dei toni delle nature morte, mentre la vibrazione del segno e la macerazione del tocco trovano la strada della figura. Il Cristo delle ultime Pietà, e con lui ogni uomo che si riconosce nello strazio del Calvario, diventa la figura cardine del dolore e dell’abbandono che trovano in Carena veneziano un cantore altissimo. Sono opere dedicate all'espressionismo tragico dei poveri (Pastore, 1950, Teatro popolare, 1952, di Ca’ Pesaro, Pietà, 1955, della Galleria Civica di Vittorio Veneto, Angoscia, 1956, della Collezione Marzotto). Negli stessi anni tuttavia Carena dipinge anche le magnifiche Nature morte, tra cui spiccano quelle conservate alla Fondazione Cini, dove raggiunge una meditata sintesi compositiva. Venezia diventa dunque il prisma attraverso cui rileggere l’intera storia della pittura di Felice Carena che accanto ai grandi estimatori ebbe anche critici avversi: gli venivano contestate la pluralità di richiami e la mancanza di coesione compositiva. La mostra e i saggi del catalogo Marsilio, portano oggi alla luce la sua inconfondibile cifra personale e sfatano l’idea di un Carena, vecchio, sofferente, ripiegato su se stesso perché il tramonto dal punto di vista biografico portò al raggiungimento di nuovi traguardi, attraverso un’altissima e inesausta ricerca.

Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti - Campo S. Stefano, 2945 - 30124 Venezia

Categoria: mostre

Prenotazione: it

Biglietto: Intero € 9.00, Ridotto € 7.50,

Organizzatori:
Arthemisia
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
Regione Veneto - Palazzo Balbi

Sorgente: http://www.agendavenezia.org/it/evento-17578.htm